1. E gli uccelli smisero di cantare

(Romanzo – 280.000 caratteri circa spazi inclusi)

COME È NATO

Scritto a ventisette anni, tra il luglio del 1982 e il marzo dell’anno successivo, “E gli uccelli smisero di cantare” rappresenta il mio primo componimento letterario di una certa lunghezza, sino ad allora avevo concluso solo racconti e avevo avviato ma non terminato progetti di romanzi brevi. Scritto a mano, con penna e carta e trascritto a macchina consta di 201 cartelle. Non ricordo come è nato, ricordo che amavo pensarmi uno scrittore e, scrivendo, sognavo il successo, la fama e l’imperitura celebrità.

SINOSSI

Scritto in prima persona in uno stile che attinge a piene mani da Kerouac, Faulkner e dai sudamericani come Marquez e Scorza, a tratti sconfina nella narrativa di fantascienza, non tanto per l’epoca nella quale si situa la vicenda quanto piuttosto per alcune ideazioni piuttosto irreali per la nostra era. Si può ben considerare un romanzo d’iniziazione, il protagonista, Marco, un giovane di età non definita, lascia la casa e la città natie e inizia un lungo viaggio che lo condurrà in una comunità del tipo “comunismo primitivo” edificata in un luogo remotissimo, dove giovani delusi come lui vivono di agricoltura e allevamento. Lasciata la comunità si trasferirà in una metropoli gigantesca, al centro della quale è stato edificato un grattacielo alto quasi mille metri, in quel momento chiuso in una fitta una rete di impalcature per la realizzazione di importanti lavori di pitturazione esterna. Su queste impalcature si è insediata la comunità dei diversi e dei reietti della città, alla quale Marco si associa immediatamente. A seguito di una vera e propria guerra scoppiata tra opposte fazioni degli abitanti delle impalcature il nostro fuggirà ancora e, al termine di una lunga peregrinazione, perverrà nella medesima comunità dove aveva iniziato le sue peregrinazioni

ESTRATTI

Incipit Venne, infine, il giorno della partenza. Giunse inaspettato, silenzioso, come un fratello lontano che dopo molti anni ritorna. Venne, strano, misterioso, amico. Venne a prendersi Marco, per portarlo via dalla città di luglio invasa dall’afa. Fu come una sorpresa già conosciuta e della quale ancora si stupisce. Arrivò per liberarlo dalla noia e dagli inganni che lo soffocavano. Marco, avvilito, non era più capace di speranze e di desideri. Partì senza ridere e senza ringraziare. Eppure, quel treno, lo trasportava lontano da sé stesso

Il grattacieloPer i primi cento piani l’edificio si presentava come un enorme cubo. Salendo, il perimetro esterno diminuiva e con esso si attenuava la spigolosità degli angoli, sino a che assumeva, verso il centocinquantesimo piano, una sezione ellittica, con i vertici sapientemente orientati in funzione delle correnti d’aria prevalenti. Era un remo gigantesco piantato in una vaso quadrato, e tale doveva restare nella memoria di decine di generazioni.

Finale Il ritorno nella comunità iniziale – Si diresse senza indugio verso il cucinone. Lo trovò sporco e disordinato come si aspettava. Notò soltanto che ogni cosa era diversa da come l’aveva lasciata. La disposizione dei tavoli e delle panche, il colore dei piatti accatastati negli angoli, la stessa luce che filtrava dal lucernario sporco. Il disordine stesso era differente. Altri, sconosciuti, abitavano la grande casa. Altri che, probabilmente, andavano ripetendo ciò che lui aveva già sperimentato

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