16. Autodafé di una moglie

(Romanzo breve in prosa – 123.000 caratteri, spazi inclusi)

COME E’ NATO

Scritto in versi tra l’aprile e l’agosto 2012, in una successiva stesura il lavoro è stato trasformato in prosa, forma che ritengo più congeniale per la vicenda narrata. E’ un percorso claustrofobico, duro, serrato, animalesco, e mi auguro di aver restituito al lettore la cruda sorpresa che abbiamo quando scopriamo, dopo anni e anni, come l’altro fosse diverso, come non avessimo, e avremmo potuto, interpretare meglio i segnali che ci venivano lanciati, come, in verità, non eravamo altro che noi a voler negare la realtà, a trasformare gli indizi, ad accomodarli per non costringerci a pensare, a considerare e ad affrontare la realtà. E’ la storia della paura verso la verità, dalla quale amiamo fuggire, credendo erroneamente di vivere più.

SINOSSI

All’alba, nella stanza da letto matrimoniale di una confortevole abitazione borghese, due coniugi, Luca 46 anni e Mimì 44 anni, hanno il confronto che avrebbero dovuto avere all’inizio e durante la loro quasi ventennale unione. E’ la resa dei conti, quando Mimì, con un atto che, nella sua modestia, ha, per il marito, un valore straordinario, scopre la sua vera natura di donna che si sempre avvertita ai margini, insignificante, inutile, in fuga da tutto e da tutti. Il marito Luca impietosamente ripercorre, sotto una nuova luce interpretativa, i fatti salienti della loro unione, l’educazione dei figli, i rapporti con le famiglie di origine, la gestione materiale delle loro esistenze: la casa, l’automobile, il denaro. La vicenda drammatica poiché alla durezza, anche fisica, del marito la moglie oppone prima una strenua difesa del suo operato per poi passare all’accettazione degli addebiti mossi dal coniuge e terminare con la richiesta di perdono. Da qui l’autodafé: offerta di pentimento, emissione della sentenza ed esecuzione della pena.

ESTRATTI

Il marito Luca – Guardami, Mimì, e ascoltami, sono anni che ti nascondi. Sono il tuo uomo, colui che hai scelto per trascorrere insieme l’epoca della fecondazione, tener compagnia ai parenti, celebrare il Natale, far divertire i figli degli amici, non dimenticare i compleanni e accudire i nostri vecchi.

Anni intensi, per riprodurci, allevare la prole, lavorare, risparmiare, non dimenticare di votare e pagare le imposte. Anni per far scorrere il tempo, quelli delle promesse, quelli dell’inquietudine e quelli della maturità, che mi aspettavo sarebbero stati quelli della pace. Mi hai voluto, da ragazza, perché sapevi che ti avrei protetto dalla volgarità di tuo padre, dall’ignoranza di tua madre e dall’ansia del tempo, del denaro e delle malattie dei figli, dai turbamenti della bellezza giovanile e da quelli del corpo che sfiorisce. Sono stato il tuo taxi privato, ancora giovane ero l’autista più accreditato, e tra molti altri mi hai scelto senza esitazioni, d’istinto, subito.

La moglie MimìLa nostra vita insieme è stata un autobus rosso a due piani, zeppo delle persone e delle cose del nostro matrimonio. Corre veloce, non si ferma ai semafori, tengono i finestrini aperti, tutti hanno i capelli al vento, nei posti a sedere si sono accomodati gli anziani, ci sono i miei nonni, e il professore di matematica delle medie di Francesca. “Te lo ricordi? Quello con la barbona bianca che fumava il toscano”. Al piano di sopra c’è la squadra di calcio di Carlo, con quell’allenatore biondo, tu sei alla guida, discuti animatamente con tuo padre, in piedi, aggrappato a un sostegno, tua madre è seduta dietro di te. Io sono arrivata in ritardo e sono rimasta a terra, alla fermata. 

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