6.Renato Barilli su “1978”

Recensione comparsa su L’Immaginazione – Rubrica “Pollice recto e pollice verso” di Renato Barilli nel numero di Settembre-Ottobre 2014

Renato Barilli
Pasa: un protagonista imbevuto di assenza

Forse è l’ora che io smetta di inneggiare alla fortunata stagione anni Novanta di RicercaRE, accogliendo come fossero miei successi i premi Strega andati a protagonisti di quegli anni quali Scarpa, Ammaniti, Piccolo. Ora sulla piazza ci sono gli incontri bolognesi di RicercaBO, e anche da questi vengono buoni frutti, ho appena dedicato due convinti pollici recti alle opere di Bajani e di Greco, di cui brani significativi erano stati letti proprio alla Mediateca di S. Lazzaro di Savena, il Comune ormai entrato nell’area metropolitana bolognese. E vi è pure comparso Alessio Pasa, con dolorose storie di drammi familiari, accorate denunce di figli contro i torti di padri e madri. Ma poi Pasa, in silenzio e senza troppi riscontri pubblici, ha voluto crescere impostando addirittura un trittico, di cui è appena uscita la tappa mediana, “1978”, Editore Meligrana, e si dà anche qualche riscontro con il da me maltrattato qui accanto Catozzella. In fondo, in entrambi i casi si rasenta la narrativa-verità, l’inchiesta documentaria, anche se rivolta su spicchi di realtà che non potrebbero essere più diversi. Come si è visto, Catozzella si rivolge ai drammi della Somalia e alle connesse emigrazioni verso i nostri lidi, mentre Pasa se ne sta del tutto entro i territori occidentali, il 1978 in questione è l’anno fatale del brigatismo rosso con l’acme del sequestro Moro. Ma mentre l’altro affronta la sua materia in modi diretti e frontali, col vistoso cambio di registro che ho lamentato, Pasa procede in modi più criptici e sotterranei, introducendo un protagonista decisamente enigmatico, Francesco Aliberti. Se ne volessimo seguire le vicende più da vicino, dovremmo muovere dall’opera prima del ciclo, oppressa sotto un titolo invero assai complesso, Occhitelli mariarotta benvolendo sopraspina tornamore se, ma per fortuna l’autore stesso ce ne porge la chiave dichiarando di averlo pescato da un frammento del joyciano Finnegans Wake. Pista falsa, a dire il vero, in quanto la sua prosa è ignara di finezze linguistiche, scorre via anch’essa piatta, da resoconto neutro, e dunque ci sarebbe quasi un riscontro con l’analogo andamento scorrivia di Catozzella. Solo che, abilmente, Pasa si rifugia nel non detto, nella preterizione, del suo protagonista abbiamo solo gli atti, che spesso anticipano le spiegazioni, queste tardano a venire, e il più delle volte ci vengono fornite come en passant, quasi considerandole superflue e irrilevanti. L’andamento, insomma, è di specie minimalista, l’understatement regna sovrano, si potrebbe azzardare addirittura un riferimento al grande Carver. Ci sono perfino false piste, per esempio all’inizio di questa seconda tappa si potrebbe pensare che Pasa si ricordi delle sue fini indagini sulla psicopatologia della famiglia. Il protagonista, al momento accoppiato a Sara, si trova a vivere a Chicago, già gravato dall’ombra di una doppia vita e di nascosti impegni, apprendiamo per esempio che la compagna si batte per la causa della Palestina libera, portandolo ad aderire nascostamente a quel fronte. Ma intanto, nei panni di comuni cittadini statunitensi, si occupano dei casi di alcuni vicini di casa, sconvolti dal comportamento di una figlia che, sentendosi trascurata dai genitori, si mette addirittura con uno zio, quasi in un rapporto incestuoso. Del resto, le cose non vanno bene neppure tra Francesco e Sara, infatti a un certo momento lo vediamo intraprendere in auto un viaggio attorno al lago Michigan, in stagione invernale e affrontando gravi rischi e disagi, degni quasi di quelli che affliggono i poveri migranti sulle carrette del mare mediterraneo, solo che qui la fuga avviene nell’opulenta America del Nord, tra USA e Canada, e tutto sommato riesce facile vincere il freddo e la fame. Naturalmente scopriamo solo a posteriori che quel periplo apparentemente gratuito è il modo attraverso cui il protagonista ha deciso di rompere con Sara, così come, quattro anni prima, aveva rotto con la fidanzata del momento, quasi già portata all’altare. Ora siamo a un mutamento di scena di segno inverso, la nostra anima inquieta ricompare nella città italiana abbandonata, ripercorre i suoi passi, rientra nell’appartamento abbandonato, e questo rivivere una seconda volta, riassumere panni dismessi, è un capitolo efficace, immerso in un cupo e triste straniamento, da esule continuo, da se stesso, da affetti che abbandona, per poi ritrovarli. E anche la vicenda Moro stabilisce uno strano miraggio, non si capisce se il nostro triste eroe, degno dell’epica di Antonioni, sia dentro o fuori il brigatismo, di cui frequenta luoghi, personaggi, circostanze, ma senza mai abbandonare un filtro di distanza. Poi, in conclusione, c’è il ritrovamento della donna abbandonata sul filo dell’altare, ma c’è da giurare che anche questa è solo una tappa provvisoria, il seguito della vicenda ci riserverà altre fughe, altri salti d’orbita

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