20 “L’alba del maiale”

(Romanzo, terzo volume de “La Pentalogia di Francesco” – 335.000 caratteri, spazi inclusi)

COME È NATO
E’ stato durante la stesura di questo terzo capitolo della saga di Francesco Aliberti che ho stabilito che i volumi sarebbero stati cinque. Infatti questo terzo si chiude nell’anno 1995 e ho avvertito indispensabile proseguire nella narrazione, almeno sino al termine del ventennio che si chiude quest’anno 2015. Il libro si è scritto da solo, forse troppo, poiché nel corso della fase di editing sono stato obbligato ad intervenire cancellando intere parti e inserendone altre e modificando sia alcuni episodi sia alcuni personaggi. In questa attività mi è stata guida l’editore Giuseppe Meligrana, sempre preciso, attento e deciso nel suggerire il tono e il peso degli interventi sul testo.

 

SINOSSI
Il secondo volume “1978” terminava l’8 maggio 1978, il giorno prima dell’uccisione di Aldo Moro. Il terzo prende avvio quattordici anni dopo, nel febbraio del 1992, quando Francesco ha 43 anni ed è diventato un guru della comunicazione politica, ha costituito a Milano una società con un avvocato ed è consulente personale del segretario regionale di un partito dell’allora maggioranza di governo. Si trova dunque pesantemente invischiato nei traffici politico-affaristici degli anni della “Milano da bere” ed è coinvolto nell’inchiesta di “Tangentopoli”. Per sfuggire a un possibile arresto fugge in Jugoslavia, dove da qualche mese infuria la guerra civile, qui fa perdere le sue tracce e qui ritrova i compagni di ventura dei libri precedenti, Dix, Giulio e, soprattutto, Sara. La guerra jugoslava è atroce, consuma gli uomini, incenerisce le risorse materiali e uccide gli elementi fondanti della convivenza, Francesco ne è annichilito, perderà la sua proverbiale flemma e, alla fine, nel 1995, al suo ritorno in Italia, sarà il fantasma dell’intraprendente faccendiere che era stato solo pochi anni prima.

 

ESTRATTI

IncipitLa notizia del rilascio di Laura è arrivata il 10 febbraio, mi ha avvisato Santo, il suo e il mio avvocato, lo stesso che nel 1978 mi era stato assegnato d’ufficio, un ragazzino smilzo, risucchiato dentro la toga fuori misura, un naufrago nel marasma del processo, delle gabbie affollate, le urla, le minacce, i giudici spaventati..

La “Milano da bere” “E i sette milioni, il vostro Chiesa li ha presi o non li ha presi?” ha continuato il giornalista. Santo ha estratto dal faldone un foglio, pronto a mostrarlo alla platea, mentre nel contempo io mi accingevo a spiegare le ragioni e le motivazioni nascoste dell’accaduto. Inutile, il segretario è balzato in piedi rovesciando rumorosamente la sedia. “I sette milioni? I sette luridi milioni? Che sono sette piccoli milioni per l’enormità del lavoro svolto, il nostro, il mio, quello del dottor Aliberti e dell’avvocato Tizzi e di una quantità di tecnici, professionisti, laureati, impiegati, segretarie, commessi, autisti, un’opera continua, estesa e capillare nello stesso tempo, rivolta a individuare l’azienda migliore, quella che può realmente erogare i servizi dei quali i cittadini hanno necessità.”

SarajevoI serbi descrivono Sarajevo come un luogo nel quale i cittadini trascorrono la loro esistenza asserragliati nelle loro abitazioni, senza luce, riscaldamento e acqua, una esistenza al limite della sopravvivenza, se non si muore sparati si morirà di inedia, i resoconti parlano di una città sezionata in aree dai confini invalicabili, ciascuna etnia dentro il proprio recinto, dove, si sostiene a Belgrado, i serbi rimasti, derubati delle loro proprietà, vivrebbero ridotti in semi schiavitù e impediti nella fuga verso la madre patria. Non è vero, in pochi giorni ho compreso come questa idea di Sarajevo sia quasi completamente falsa.

Sara a Belgrado Sara è seduta al tavolo di un bar nei pressi della stazione delle corriere, ha una valigia tra le gambe e, nonostante il locale sia surriscaldato, tiene il cappotto completamente abbottonato. Sta fumando e, nell’esatto momento nel quale l’ho riconosciuta, ha piegato lo sguardo verso l’orologio al polso. “Bene…” si è rivolta a Dix in serbo-croato “E questo?” Ha alzato lo sguardo verso di me, il viso indurito, le labbra tese. “Che ci fa qui?” ha chiesto a Dix, senza smettere di fissarmi. “È già dannatamente difficile così, avevamo forse bisogno di una complicazione in più.”

Srebrenica Ana ama sentirsi sudata, i capelli umidi incollati sulla fronte, la camicetta chiazzata, l’odore più forte delle grida delle donne, gli occhi più caldi di questo sole di luglio, giornalismo d’assalto, spiegherebbe ai suoi accoliti, nessuna paura e distacco assoluto dagli eventi, lei è testimone, racconta, non partecipa. È banale la sua frenesia su questo piazzale insanguinato, trotterella sculettando tra il gruppo degli ufficiali e quello delle madri in lacrime, porge il microfono senza esitazioni, novella Cronkite in azione sul fronte di Da Nang

 

PUBBLICAZIONI
Meligrana Editore, Settembre 2015 – Tropea (VV)

 

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