2. Elena F. Ricciardi su Appuntamento con il notaio

lapoesiaelospirito.wordpress.com – 18 luglio 2007

Alessio Paša, Appuntamento con il notaio / Paura della notte, racconti in versi, Vibrisselibri.

Testo insolito quanto a forma e procedimento narrativo. Nervoso, inquieto,
inquietante. Un film in cui tutto sembra accadere nel pensiero . Non si riesce a
distinguere il narrare, l’accadere e il vivere dei personaggi che entrano
ed escono fulminei da un fermo immagine fisso degli occhi del lettore che
vede vivere, raccontare, accadere, con distacco quasi psicotico, un
turbinare-immobile di personaggi.

Maria – nome comune, storia comune, banalissimo triangolo di trite e ritrite
vicissitudini da gossip di provincia – nel racconto che apre la raccolta , il
più lungo e articolato, non è diversa dai personaggi dei racconti più brevi,
anch’essi fatti di storie già sentite, di ciò che è già stato tristemente
visto e detto nella storia del mondo, con il loro essere protagonisti senza
nome: e’ un mondo in grigio quello descritto da Alessio Pasa. I quattro
racconti procedono con andatura affannosa e monocorde, monotòna, a rendere il
corso delle storie ancora più straniato ed estraniante: nulla interrompe il
flusso delle parole tracciato in un verticale strofico che richiama la
struttura del racconto in versi, ma che non ha alcunché né della versificazione
né della divisione in strofe regolari, anzi sembra che faccia
dell’irregolarità delle righe e delle sequenze strofiche l’unica regola
interna al testo.
Altra regola mai disattesa a rendere il solipsismo narrativo ancora più
marcato, l’assenza di qualunque distinzione fra pensiero e parola, fra
dialogo e narrazione. Il verticale libero del flusso narrativo pare
dipanarsi lungo un binario a senso unico: rotta di collisione per qualunque
relazione umana – marito – moglie – amante -marito, nel primo racconto; – figlia –
padre – con sorelle e madre sullo sfondo – nel secondo; fratello – fratello -e
genitori sbiaditi al margine – nel terzo; e di nuovo – marito – moglie -soli –
che, nell’ultima sezione narrativa, sembrano la quadratura di un inevitabile
cerchio, l’estremo punto finale della spirale della solitudine, unica
condizione possibile dell’umana esistenza:/la mia costante passività/
offrire pochissimo/
per ricevere altrettanto poco/
Sentimenti in economia/
privi di curriculum/
casuali e improvvisati/
senza proprietari né scopo/.
La relazione umana è la vera protagonista assente: richiamo costante, è
cercata come un sogno da realizzare e negata nello scontro con un reale
ostile e chiuso nell’egocentrismo della narrazione che non lascia
spazio al tu. Monologhi (o mono – luoghi) mentali che non sfiorano gli abissi
degli stati d’animo e si mantengono nella superficialità del lasciarsi
vivere che si realizza nella descrizione quasi ossessiva dell’abbigliamento:
sembra che la vita passi attraverso gli abiti dei personaggi, come se
l’assenza di intelligenza emotiva, della capacità di scandagliare le
profondità dei sentimenti da parte degli attori che si muovono come
marionette gestite da mani perfide e invisibili, fosse ritratta in un
accostamento di colori indovinato o meno, o in un assorimento ben riuscito
di forme. Forme e colori che mancano nel vissuto dei protagonisti che vivono
la
parsimonia affettiva /
in una avara monotonia/.
Sono cristalli di ghiaccio sintetico, vasi incomunicanti, nessuna redenzione
neppure nel lieto (?) fine del primo racconto che solo apparentemente si
chiude con il ricupero della coppia iniziale, ma che nel testo ci rimanda dal
finale della favola alla reale conclusione del libro:
conserviamo fotografie non ricordi/
riconosciamo quelli che erano con noi/
e degli assenti sappiamo il perché/
non erano potuti venire/
Catalogo di informazioni,/
schede di magazzino/
da consultare senza sogni in premio/
Così la vita è descritta in un mondo di superfici opache, dove solo il buio
che avanza, la paura della notte, decide il destino delle storie:
Dove vai? resta/
contro la paura della notte/
possiamo ancora tenerci compagnia

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